Le tre novità del decreto gasolio: 22 milioni in più, accisa mobile e nuove regole per l’HVO

Le tre novità del decreto gasolio: 22 milioni in più, accisa mobile e nuove regole per l’HVO

Il Governo rafforza le misure a sostegno dell’autotrasporto contro il caro carburante. Con il decreto-legge 27 luglio 2026, n. 133, non viene semplicemente prorogato il credito d’imposta: arrivano anche 22 milioni di euro aggiuntivi, viene attivato il meccanismo dell’accisa mobile e vengono ridefinite le agevolazioni per l’HVO.

Il fondo sale da 300 a 322 milioni

La novità più importante riguarda le risorse disponibili. Il credito d’imposta destinato alle imprese di autotrasporto passa infatti da 300 a 322 milioni di euro, con uno stanziamento aggiuntivo di 22 milioni (+7,3%).

Non si tratta quindi di una semplice estensione temporale dell’incentivo, ma di un vero rifinanziamento deciso dal Governo in risposta al nuovo aumento del costo del gasolio.

Taglio delle accise: il risparmio arriva a circa 17 centesimi al litro

Accanto al credito d’imposta viene confermata anche la riduzione delle accise sul carburante.

Per gasolio e HVO non sostenibile l’accisa viene ridotta di 14 centesimi al litro. Considerando anche l’IVA, applicata sull’accisa, il beneficio effettivo alla pompa sale a circa 17 centesimi al litro.

L’accisa passa così da 672,90 euro a 532,90 euro ogni mille litri.

HVO sostenibile: sconto diverso, stessa accisa finale

Per l’HVO sostenibile il meccanismo è differente.

Poiché questo carburante beneficia già di un’accisa più bassa rispetto al diesel tradizionale, il taglio previsto dal decreto è inferiore: 8,4 centesimi al litro, che diventano circa 10,2 centesimi includendo l’IVA.

Dal 28 luglio al 6 agosto, quindi, il risultato finale è lo stesso: gasolio e HVO sostenibile pagheranno la medesima accisa di 532,90 euro ogni mille litri. Cambia soltanto l’entità dello sconto, perché l’HVO partiva già da una tassazione più favorevole.

Perché il Governo ha utilizzato due provvedimenti

Lo sconto è entrato in vigore attraverso due strumenti normativi distinti, ognuno con una funzione diversa.

Il decreto interministeriale MEF-MASE ha consentito di applicare immediatamente il taglio delle accise per i giorni 28 e 29 luglio, sfruttando il meccanismo dell’accisa mobile.

Successivamente è intervenuto il decreto-legge n. 133/2026, che ha stanziato le risorse necessarie per prorogare la riduzione dal 30 luglio al 6 agosto.

Una scelta tecnica che ha permesso di evitare interruzioni dell’agevolazione, garantendo continuità al sostegno per imprese e autotrasportatori.

Cos’è l’accisa mobile

Tra le novità c’è anche il ricorso all’accisa mobile, uno strumento previsto dalla normativa italiana ma utilizzato finora solo in casi eccezionali.

Il principio è semplice: quando l’aumento del prezzo del petrolio genera un maggior gettito IVA, una parte di queste entrate viene restituita riducendo temporaneamente l’accisa sui carburanti.

In questa occasione il meccanismo è stato utilizzato come misura ponte per attivare subito lo sconto, mentre il successivo decreto-legge ha garantito le coperture economiche necessarie per prolungare l’intervento.

Con il nuovo provvedimento il Governo interviene quindi su tre fronti: aumenta le risorse destinate al credito d’imposta, alleggerisce temporaneamente il costo del carburante e introduce un meccanismo fiscale pensato per reagire più rapidamente alle oscillazioni dei mercati energetici. Per le imprese di autotrasporto resta ora da verificare come queste misure incideranno concretamente sui costi operativi nelle prossime settimane.

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Fonte: Uomini e Trasporti

Fatture non pagate nell’autotrasporto: quando una perdita può essere dedotta

Fatture non pagate nell’autotrasporto: quando una perdita può essere dedotta

Nell’autotrasporto il problema non è solo il mancato incasso di una fattura. Prima di ricevere il pagamento, infatti, l’impresa ha già sostenuto tutte le spese del viaggio: gasolio, pedaggi, stipendi, manutenzione e assicurazioni. Se il cliente non paga, il danno è doppio: economico e finanziario.

Quando la perdita è fiscalmente deducibile

La normativa fiscale consente di dedurre le perdite su crediti, ma solo quando esistono elementi oggettivi che dimostrano l’impossibilità o l’estrema difficoltà di recuperare il credito. Non basta quindi considerare una fattura “persa”: occorre che la situazione sia documentata e correttamente registrata in contabilità.

Per i crediti di modesta entità la legge prevede una semplificazione: se sono trascorsi almeno sei mesi dalla scadenza del pagamento, la perdita può essere deducibile. Per la maggior parte delle imprese di autotrasporto la soglia è di 2.500 euro per singolo credito.

Attenzione: dedurre non significa recuperare

La deduzione fiscale non restituisce il valore della fattura non incassata. Riduce soltanto il reddito imponibile e, di conseguenza, le imposte dovute. Il danno economico resta comunque a carico dell’impresa.

La prevenzione resta la strategia migliore

Per limitare il rischio di insoluti è fondamentale monitorare costantemente lo scadenzario, intervenire ai primi ritardi, conservare tutta la documentazione e valutare con il proprio consulente le azioni più opportune. Scegliere clienti affidabili e gestire tempestivamente i crediti rimane la migliore tutela per la liquidità aziendale.

Per un’impresa di autotrasporto, una fattura non pagata non è soltanto un credito da recuperare: è liquidità che manca per acquistare carburante, pagare i dipendenti e mantenere operativa la flotta. Conoscere quando una perdita può essere dedotta è importante, ma prevenire gli insoluti resta la scelta più efficace per proteggere la stabilità dell’azienda.

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Fonte: Truck 24

Diesel sempre più caro: non è solo Hormuz a spingere i prezzi del gasolio

Diesel sempre più caro: non è solo Hormuz a spingere i prezzi del gasolio

Il prezzo del gasolio torna a preoccupare il mondo dell’autotrasporto. Dietro i nuovi rincari non c’è soltanto la crisi nello Stretto di Hormuz, ma una combinazione di fattori internazionali che sta mettendo sotto pressione il mercato del diesel. Alla riduzione delle esportazioni dal Golfo Persico si aggiungono gli attacchi alle raffinerie russe e il progressivo calo della capacità di raffinazione europea, creando uno scenario che rischia di pesare ancora a lungo sui costi delle imprese di trasporto.

Il gasolio torna a correre

Dopo le tensioni dello scorso maggio, quando il caro carburante aveva portato le associazioni dell’autotrasporto a minacciare il fermo nazionale, il mercato aveva mostrato qualche segnale di stabilizzazione. La tregua tra Stati Uniti e Iran aveva fatto sperare in un ritorno alla normalità, anche se gli aiuti promessi al settore sono ancora in attesa di essere definiti.

Lo scenario è però cambiato rapidamente. Il riaccendersi delle tensioni in Medio Oriente e la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato il diesel sotto pressione. In appena due settimane il prezzo medio del gasolio in Italia è aumentato di oltre 18 centesimi al litro, tornando sui livelli registrati a marzo.

Ma il problema va ben oltre la crisi nel Golfo Persico.

L’Europa produce sempre meno diesel

Negli ultimi anni l’Europa ha progressivamente ridotto la propria capacità di raffinazione.

La chiusura di diversi impianti, la transizione energetica, i margini economici sempre più ridotti e normative ambientali più stringenti hanno portato molti operatori a ridimensionare o riconvertire le raffinerie.

Il risultato è che oggi il continente produce meno gasolio di quanto ne consumi e dipende in misura crescente dalle importazioni.

Finché il mercato mondiale resta stabile questa situazione è gestibile. Quando però il carburante disponibile diminuisce, l’Europa si trova a competere con gli altri mercati per assicurarsi i quantitativi necessari, con inevitabili ripercussioni sui prezzi.

La guerra colpisce anche le raffinerie russe

Un secondo elemento di forte pressione arriva dal conflitto tra Russia e Ucraina.

Negli ultimi mesi numerose raffinerie russe sono state colpite da attacchi che hanno ridotto la capacità produttiva del Paese. In diversi casi Mosca ha limitato anche le esportazioni di gasolio per privilegiare il mercato interno.

Il diesel russo rappresentava una quota importante dell’offerta mondiale. La diminuzione dei volumi disponibili ha quindi spinto molti acquirenti europei a rivolgersi ad altri fornitori, alimentando ulteriormente la crescita delle quotazioni.

Anche i margini di raffinazione sono tornati su livelli particolarmente elevati, segnale di un mercato dove il prodotto raffinato è sempre più richiesto rispetto alla disponibilità effettiva.

Hormuz non blocca solo il petrolio

Quando si parla dello Stretto di Hormuz si pensa spesso esclusivamente al petrolio greggio.

In realtà attraverso questo passaggio transitano anche enormi quantità di carburanti già raffinati, compreso il diesel destinato ai mercati europei.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar esportano infatti grandi volumi di gasolio prodotti nelle proprie raffinerie. Eventuali rallentamenti o blocchi della navigazione incidono quindi direttamente sulla disponibilità del carburante finito e non soltanto della materia prima.

È questo uno dei motivi per cui il mercato del diesel sta reagendo con particolare forza alle tensioni geopolitiche.

Tre fattori che alimentano la stessa crisi

La particolarità dell’attuale situazione è che più criticità stanno agendo contemporaneamente.

Da una parte l’Europa ha ridotto la propria capacità produttiva, dall’altra la Russia esporta meno carburante raffinato e, contemporaneamente, il Golfo Persico vive una fase di forte instabilità.

Tre elementi che rendono il diesel sempre più difficile da reperire e che stanno sostenendo il rialzo dei prezzi a livello internazionale.

Per l’autotrasporto il conto rischia di essere pesante

Per le imprese di autotrasporto il gasolio rappresenta una delle principali voci di costo. Anche un incremento di pochi centesimi al litro può trasformarsi, nel corso dell’anno, in migliaia di euro di spese aggiuntive per ogni veicolo.

Se le tensioni internazionali dovessero proseguire, la preoccupazione non riguarderà soltanto il prezzo, ma anche la disponibilità del prodotto.

Uno scenario che riporta al centro il tema della sicurezza energetica europea e della capacità del continente di garantire l’approvvigionamento di carburanti strategici.

Per chi opera ogni giorno sulle strade, il diesel continua a essere il motore dell’attività. E l’evoluzione del mercato nei prossimi mesi sarà uno dei fattori più importanti da monitorare per la sostenibilità economica dell’intero settore.

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Fonte: Uomini e Trasporti

Autotrasporto, dal 1° ottobre stop al nullaosta per immatricolazioni e duplicati: pratiche più rapide

Autotrasporto, dal 1° ottobre stop al nullaosta per immatricolazioni e duplicati: pratiche più rapide

Dal 1° ottobre 2026 le imprese di autotrasporto potranno gestire alcune pratiche presso qualsiasi Ufficio della Motorizzazione Civile senza dover richiedere il preventivo nullaosta all’ufficio competente per la sede legale dell’azienda. Una semplificazione amministrativa che punta a ridurre tempi e passaggi burocratici, rendendo più snelle le procedure di immatricolazione e aggiornamento dei documenti dei veicoli.

La novità è stata introdotta dalla circolare n. 17287 del 6 luglio 2026 della Direzione Generale per la Sicurezza Stradale e l’Autotrasporto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Quali pratiche cambiano

L’eliminazione del nullaosta riguarda tre operazioni:

  • immatricolazione;
  • reimmatricolazione;
  • rilascio del duplicato del documento di circolazione.

La misura interessa i veicoli destinati al trasporto di merci e persone utilizzati da terzi e coinvolge direttamente anche le imprese di autotrasporto conto terzi.

Come funzionava fino a oggi

Fino ad oggi, se un’impresa decideva di presentare una pratica presso un Ufficio della Motorizzazione diverso da quello territorialmente competente per la propria sede legale, era necessario ottenere il nullaosta dall’UMC di riferimento.

Questo significava attendere uno scambio di autorizzazioni tra due uffici prima che la pratica potesse essere conclusa, con il rischio di allungare i tempi di immatricolazione o di rilascio dei documenti.

Dal 1° ottobre questo passaggio verrà eliminato: sarà possibile rivolgersi direttamente all’Ufficio della Motorizzazione prescelto, senza richiedere alcuna autorizzazione preventiva.

Meno burocrazia per le imprese

La novità sarà particolarmente utile per le aziende che operano su più territori, per le flotte distribuite in diverse sedi e per chi si affida a studi di consulenza automobilistica situati in province differenti.

La semplificazione non significa soltanto eliminare un documento, ma ridurre l’intero iter amministrativo. Vengono infatti meno le comunicazioni tra uffici che, in molti casi, rallentavano l’immatricolazione di un mezzo o il rilascio di un duplicato del documento di circolazione.

Il Ministero non quantifica i tempi che potranno essere risparmiati, ma l’eliminazione di un’autorizzazione preventiva dovrebbe rendere le procedure più rapide e lineari.

Per un’impresa di autotrasporto, poter mettere un veicolo in servizio anche solo qualche giorno prima può fare la differenza in termini di operatività e continuità del lavoro.

Il controllo passa dal Registro Elettronico Nazionale

La semplificazione è possibile grazie al REN (Registro Elettronico Nazionale), attraverso il quale gli Uffici della Motorizzazione possono verificare direttamente i dati dell’impresa.

Non vengono quindi eliminati i controlli: cambia semplicemente il modo in cui vengono effettuati.

Anziché richiedere ogni volta un nullaosta all’ufficio competente per territorio, l’UMC potrà consultare direttamente le informazioni presenti nel Registro, velocizzando la gestione della pratica.

Affinché il sistema funzioni correttamente sarà però fondamentale che i dati delle imprese risultino sempre aggiornati e completi, come richiesto dalla stessa circolare ministeriale.

Nessun allentamento delle verifiche

L’abolizione del nullaosta non rappresenta un “liberi tutti”.

Le verifiche sulla regolarità dell’impresa continueranno ad essere effettuate, ma attraverso strumenti digitali anziché mediante lo scambio di autorizzazioni tra uffici.

L’obiettivo è rendere la burocrazia più efficiente senza ridurre i controlli previsti dalla normativa.

Cosa conviene fare alle imprese

In vista dell’entrata in vigore della nuova procedura, è consigliabile verificare che i dati presenti nel Registro Elettronico Nazionale siano corretti e aggiornati, soprattutto in caso di modifiche della sede legale, della struttura societaria o delle autorizzazioni al trasporto.

Prima di avviare una pratica dopo il 1° ottobre sarà inoltre opportuno confrontarsi con il proprio consulente automobilistico o con l’Ufficio della Motorizzazione per verificare che la nuova procedura sia pienamente operativa.

Una semplificazione concreta per il settore

La circolare del MIT interviene su un aspetto molto tecnico, ma che nella gestione quotidiana delle imprese poteva tradursi in ritardi e passaggi burocratici non sempre necessari.

Non è una rivoluzione per l’autotrasporto, ma rappresenta comunque un passo nella direzione di una pubblica amministrazione più moderna ed efficiente. Eliminare un’autorizzazione preventiva quando le informazioni sono già disponibili in una banca dati nazionale significa semplificare il lavoro delle imprese senza rinunciare ai controlli.

Per chi ogni giorno gestisce flotte, documenti e scadenze amministrative, anche una procedura più veloce può trasformarsi in un vantaggio concreto.

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Fonte: Uomini e Trasporti

Trasferte degli autisti, la deduzione forfettaria spetta solo se l’impresa sostiene realmente le spese

Trasferte degli autisti, la deduzione forfettaria spetta solo se l’impresa sostiene realmente le spese

Le imprese di autotrasporto possono beneficiare della deduzione forfettaria prevista per le trasferte degli autisti, ma solo se la trasferta comporta un costo effettivamente sostenuto dall’azienda. È questo il chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 136 dell’8 luglio 2026, destinata ad avere un impatto concreto sulla gestione fiscale delle imprese del settore.

Quando spetta la deduzione

L’articolo 95, comma 4, del TUIR consente alle imprese autorizzate all’autotrasporto di merci di dedurre, in alternativa ai costi analiticamente documentati, un importo forfettario per le trasferte dei dipendenti.

Gli importi previsti sono:

  • 59,65 euro per ogni trasferta effettuata fuori dal Comune in cui si trova la sede di lavoro
  • 95,80 euro per le trasferte all’estero

Si tratta di una semplificazione fiscale pensata per agevolare un’attività, come quella dell’autotrasporto, in cui gli spostamenti degli autisti rappresentano una componente quotidiana del lavoro.

Il caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate

L’interpello riguardava un’impresa di autotrasporto che non riconosceva ai propri autisti né indennità di trasferta né rimborsi spese, in quanto il contratto collettivo applicato e l’organizzazione del lavoro non prevedevano tali compensi.

L’azienda riteneva comunque di poter usufruire della deduzione forfettaria, sostenendo che fosse sufficiente dimostrare che i dipendenti avessero effettuato trasferte fuori dal Comune.

L’Agenzia delle Entrate ha però respinto questa interpretazione.

La deduzione non è automatica

Secondo il Fisco, la deduzione forfettaria rappresenta una modalità semplificata per determinare costi realmente sostenuti dall’impresa e non un’agevolazione riconosciuta automaticamente per il solo fatto che l’autista abbia lavorato fuori sede.

In altre parole, se l’azienda non sostiene alcun costo collegato alla trasferta, la deduzione non può essere applicata.

Per poter beneficiare dell’agevolazione è quindi necessario che la trasferta abbia generato un onere economico, come il pagamento di un’indennità, il rimborso delle spese sostenute dal dipendente oppure altre spese direttamente a carico dell’impresa.

Cosa devono verificare le aziende

Il chiarimento richiama le imprese a una gestione ancora più attenta delle trasferte.

Non basta dimostrare che il conducente abbia svolto un servizio fuori dal Comune: occorre poter collegare quella trasferta a un costo effettivamente sostenuto e correttamente documentato.

Per questo è consigliabile conservare tutta la documentazione utile, come ordini di servizio, buste paga, note spese, ricevute, fatture e ogni altro documento che possa dimostrare sia lo svolgimento della trasferta sia il relativo onere economico.

Attenzione alla differenza tra contratto e fisco

La risposta dell’Agenzia ricorda inoltre che la disciplina del lavoro e quella fiscale seguono logiche differenti.

Il fatto che il contratto collettivo non obblighi l’impresa a riconoscere un’indennità di trasferta non significa automaticamente che l’azienda possa beneficiare della deduzione prevista dal TUIR.

La normativa fiscale richiede infatti un presupposto preciso: l’esistenza di una spesa realmente sostenuta.

La pronuncia dell’Agenzia delle Entrate rappresenta quindi un importante promemoria per tutto il settore. Le deduzioni forfettarie restano uno strumento utile per alleggerire il carico fiscale delle imprese di autotrasporto, ma possono essere utilizzate solo quando esiste un costo effettivo legato alla trasferta. Una corretta gestione amministrativa e una documentazione completa diventano quindi elementi fondamentali non solo per beneficiare dell’agevolazione, ma anche per affrontare con maggiore serenità eventuali controlli fiscali.

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Fonte: Truck24